La scarpa di Aldrin e il genoma della vite

Friday, 10 August 2007

Il 2007 è senza dubbio un anno importante per la ricerca scientifica italiana perché per la prima volta gruppi di ricerca italiani hanno partecipato attivamente al sequenziamento di un genoma di grandi dimensioni: il genoma della vite.

Diciamo per la prima volta senza timore di smentita perché di tutti i genomi sequenziati - e sono oltre duecento - sono pochi quelli al cui sequenziamento hanno partecipato istituzioni scientifiche italiane e in tutti i casi il contributo è stato poco più che simbolico. Lo stesso genoma umano, il cui progetto di sequenziamento è stato lanciato dalle colonne della prestigiosa rivista ‘Nature’ da Renato Dulbecco, ha visto la comunità scientifica italiana tristemente assente, al palo per assenza di finanziamenti.

Bene, per la prima volta – per merito soprattutto della Provincia di Trento da una parte e del Ministero delle Politiche agricole dall’altra, due iniziative di ricerca italiane hanno avuto la possibilità di entrare nel giro della ‘big science’ e di partecipare da protagonisti, assieme rispettivamente ad una società americana e ad un gruppo di ricerca francese, al progetto di sequenziamento del genoma della vite: un’esperienza entusiasmante dal punto di vista umano e di grande valenza dal punto di vista scientifico per le competenze di alto livello messe assieme nel campo della biologia molecolare e della bioinformatica e per le piattaforme tecnologiche allestite e messe a disposizione della comunità scientifica italiana per il futuro.

I progetti di sequenziamento sono stati finanziati oltre che da Istituzioni pubbliche, anche da banche, fondazioni bancarie e aziende private che operano in settori diversi, che spaziano dal mondo dei viticoltori e dei vivaisti vitivinicoli al mondo dell’elettronica e dei sistemi di calcolo parallelo, a testimonianza dell’interesse del mondo produttivo ai risultati della ricerca. Motori nello stimolare questa partecipazione finanziaria non solo istituzionale all’impresa sono stati il presidente della provincia di Trento Dellai e il presidente della regione Friuli Venezia Giulia Illy, a quali va dato merito di una larghezza di vedute non comune e un impegno costante nel promuovere concretamente ricerca e innovazione.

I due progetti di sequenziamento sono iniziati alla fine del 2005 dopo la conclusione del progetto sulla mappa fisica di vite promosso dall’Istituto di S. Michele (IASMA) e si sono conclusi, per quanto riguarda la parte di laboratorio nel 2007, mentre è ancora aperta la sfida per l’assemblaggio della sequenza, l’annotazione dei geni e, ovviamente, la pubblicazione dei risultati. Punto di arrivo importante quest’ultimo, perché la sottomissione dei risultati alla valutazione di referees anonimi è da sempre l’unico criterio di valutazione del valore della ricerca che la comunità scientifica riconosce.

E arriviamo al punto cruciale. Perché due progetti? La risposta vorrebbe essere semplice: per una sana competizione e perché i due progetti affrontano il problema con due strategie operative molto diverse, come spesso succede nell’ambito della ricerca.

Il progetto avviato da IASMA prevede il sequenziamento di una varietà commerciale di vite, il Pinot Noir; il secondo progetto avviato dal gruppo italo-francese VIGNA ha adottato invece la strategia di sequenziare una pianta di vite frutto di numerose generazioni di autofecondazione e quindi altamente omozigote. Parole difficili. In sostanza, il primo approccio è più ambizioso e quindi anche più complesso e costoso e presenta problemi computazionali ardui per l’assemblaggio della sequenza e mai affrontati prima d’ora in campo scientifico. Offre in compenso una maggior ricchezza di informazioni. Il secondo approccio è un percorso più diretto e quindi sicuro per quanto riguarda il risultato da raggiungere, dà una informazione più robusta per quanto riguarda l’organizzazione del genoma, è meno costoso e per contro meno ricco di informazioni sulla variabilità genetica presente nelle viti coltivate.
Una volta che i risultati forniti dai due progetti saranno messi assieme, l’integrazione dei dati farà del genoma della vite uno di quelli meglio studiati, tra i genomi di piante finora sequenziate. Le altre specie vegetali già sequenziate sono Arabidopsis, riso e pioppo.

Un’ultima considerazione sul progetto. La decodifica del genoma di una pianta è solo un punto di partenza per una serie di progetti applicativi che coinvolgono studi di grande valore scientifico e culturale sui segreti dell’evoluzione degli organismi viventi, sui geni che caratterizzano il mondo vegetale rispetto a quello di altri esseri viventi, sui geni tipici delle specie agrarie che hanno fatto la storia dell’uomo e la vite è senza dubbio una di queste.
I ricercatori possono cominciare a studiare perché la vite negli ultimi 10.000 anni è passata da specie a sessi separati a specie ermafrodita, perché rispetto ad altri taxa vegetali produce bacche succulente e non solo semi, perché accumula zuccheri e non altri composti di riserva, perché nelle sue forme coltivate è diventata sensibile alle malattie e come è possibile riportarla all’antica rusticità riducendo quella enormità di trattamenti fungicidi e pesticidi con cui dobbiamo proteggerla al giorno d’oggi. E così via.
Come si vede, il gioco comincia solo ora.

Se da una parte i due progetti portano ciascuno informazioni utili, è anche vero che entrambi hanno come obiettivo primario la decodifica della sequenza del DNA della vite.
Per questa ragione c’è sicuramente sana competizione tra i due gruppi che lavorano al sequenziamento: ciascuno vuole arrivare per primo a pubblicare su una rivista di prestigio il risultato. E’ normale. E’ stato così per la decodifica del genoma umano, dove la competizione tra il progetto di ricerca pubblico, guidato da Francis Collins e il progetto, tutto privato, della Celera, guidato da Craig Venter è stata forte. E’ stato così per il sequenziamento del genoma del riso, dove la competizione tra il gruppo cinese e quello giapponese, ciascuno impegnato a decodificare la specie che più rappresentava la cultura e la storia del proprio Paese è andata su tutti i giornali.

Sarà così per la vite. Tuttavia, a fronte del valore del progetto e delle sue implicazioni per il futuro della viticoltura e dell’agricoltura in generale, i media hanno voluto sottolineare a volte aspetti marginali, come la competizione tra i due gruppi, esaltando magari piccole diatribe, frutto della tensione creata dalla competizione. Ci riferiamo a questo proposito agli articoli comparsi su La Vita Cattolica del 21 luglio, Vita Trentina del 2 agosto e L’Adige del 4 agosto 2007.

Qualche giorno fa la NASA, l’ente spaziale americano ha rilasciato sul proprio sito internet una nuova serie di immagini ad alta risoluzione delle missioni Apollo. Alla vista di quelle immagini ricordo un commento alle foto della passeggiata di Aldrin sul suolo lunare ripresa dal comandante Armstrong: “che scarpe ridicole!”.
Che le scarpe di Aldrin fossero ridicole, può essere vero, ma ... le scarpe di Aldrin sono le scarpe di Aldrin e la conquista della luna è un’altra cosa. O no?
E allora, che la danza continui! E … magari ci fossero più spesso occasioni per commentare progetti dello spessore di quello sulla vite, dei quali i ricercatori italiani potessero parlare da protagonisti nella comunità scientifica internazionale.


Michele Morgante, direttore IGA
Raffaele Testolin, presidente IGA

Alessandro Gervaso

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